Amir Yeke

1973 (1352 secondo il calendario persiano) La Storia con l’articolo determinativo singolare documenta il golpe cileno, la crisi energetica, alcune guerre che si infiammano, altre che si autosoddisfano. Nello stesso anno la NASA lancia Mariner 10, la prima sonda spaziale a esplorare due pianeti in un’unica missione. Muore Robert Coates, il critico d’arte che ha coniato il termine “espressionismo astratto”. Esce “The dark side of the moon” di Pink Floyd, l’“Amarcord” di Federico Fellini. Finisce la vita di Picasso. A Teheran nasce Amir Yeke.

Negli anni della scuola primaria, la famiglia di Amir cambia abitazione.
Nel nuovo quartiere della nuova Repubblica Islamica Amir ha la sua stanza privata, separata dai fratelli, dove si chiude durante le vacanze con dischi, libri e video cassette. Spinto da una curiosità personale piuttosto che da un’educazione mirata, comincia a coltivare e incrociare ambienti.

Con la perdita improvvisa del padre cambiano molti aspetti del quotidiano, Amir e il fratello maggiore diventano responsabili dell’impresa di famiglia. Vi lavorerà per 10 anni.

Si scambiano i giorni e negli intervalli tra feriale e festivo, il tempo si dilata per praticare “l’inutile”. Nel buio della stanza, scorre la storia del cinema: quella locale di Abbas Kiarostami, di Mohsen Makhmalbaf, di Majidi, quella di Bergman e Kieslowski e Kurosawa fino al neorealismo italiano e ai classici di Hollywood. Girano i dischi di musica tradizionale, folk, classica, rock e rock & roll. Pagine da Omero a Garcia Márquez, da Ferdowsi a Sadeq Hedayat.

autoritratto 2:self-portrait 2, oil on canvas, 2011, cm 114x95
autoritratto 2:self-portrait 2, oil on canvas, 2011, cm 114×95

Amir si avvicina alla fotografia e si coinvolge in un percorso con Mohammad Sattari di fotografia manuale bianco e nero, colore, sviluppo e stampa immagine. La media sarà 100 pellicole per settimana ciascuna di 24 o 36 scatti. Yeke è estremo. Si impegna senza l’esito preciso di un diventare. Sostiene l’esame di maturità, tralasciato anni prima a causa della morte del padre. Conclude un capitolo, ne apre un altro. Inizia a frequentare la scuola di disegno di Ahmad Vakili. Il suo appartamento diventa un vero Café de la Rotonde. Vi si riuniscono artisti a lavorare, a discutere sull’arte dal classico al post moderno. Si scambiano i turni per fare il modello, gli intervalli vengono dettati dall’esaurimento fisico piuttosto che da un programma. Anche la pausa avviene a turni: quando vince il sonno.

autoritratto 3/self-portrait 3, oil on canvas, 2011, cm 114x95
autoritratto 3/self-portrait 3, oil on canvas, 2011, cm 114×95

Dopo 3 anni di tale pratica, prende la decisione di spostarsi.  Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Yerevan. In Armenia come in Iran le tradizioni e gli orientamenti sono fortemente marcati dalla religione. Due realtà dalle radici antiche e vicine sono al contempo due mondi alienati e distanti, uno musulmano, l’altro cristiano. Negli anni trascorsi nel paese ex sovietico, le quali ossa ancora crepitano sotto il peso di una guerra, dove urge la ricostruzione e domina il contrasto, la caratteristica in cui possiamo distinguere Amir è quella dell’apertura. Si relaziona con le persone oltrepassando la barriera dei preconcetti, esplora la diversità, il contatto, frequenta il teatro dell’opera e il balletto, osserva da vicino il fare dei musicisti, dei cantanti lirici, visita studi di artisti. Sperimenta e assorbe le tecniche e le discipline accademiche. E lì che comincia il suo vero studio della logica del dipingere. Più che il paesaggio sono la libertà e l’ibrido tra classico e moderno, tipico dell’Armenia, a ispirargli i colori. Poi l’influenza di Martiros Saryan, di Minas Avetisyan, l’incontro con Sarkis Hamalbashian. Il coraggio di accendere le tele col rosso e il verde e il giallo prende origine proprio lì.

crescente-decrescente (autoritratto)-growable-ungrowable (self-portrait), oil on canvas, 2011, cm 95x114
crescente-decrescente (autoritratto)-growable-ungrowable (self-portrait), oil on canvas, 2011, cm 95×114

Nel 2007, nel progetto di avvicinarsi alle terre dei maestri dell’arte moderna decide di trasferirsi in Europa. Roma, la terza città capitale ad accoglierlo. La sua ricerca si dedica all’approfondimento delle tecniche pittoriche e ai concetti che verranno tradotti sulla tela. Conduce dei viaggi in Francia, Germania, Olanda… perseguendo capolavori. Nella primavera del 2010 in compagnia dell’amico pittore Fabio Romano, con cui in seguito condividerà lo studio, si avvia verso Oslo in macchina, lungo il percorso le fermate sono tante: le più ricche collezioni d’arte moderna.

Variano paesaggi, cambiano lingue, bandiere, tradizioni e ideologie. Ma le semplici regole e l’ordine nascosto del “caos” cambiano? Gerarchie di sistemi e autorità, testi sacri e autorità, vita quotidiana e autorità. Strumenti e fini che si confondono. Amir è un viaggiatore. Molti anni prima, consegnando automobili per l’impresa del padre, gli capita l’opportunità di muoversi attraverso l’Iran. Sono viaggi a volte lunghi. Forse guidando gli accade ciò che descrive Jiddu Krishnamurti nelle sue riflessioni. “…Quando si guida pare che la meditazione avviene in maniera spontanea, si è consci del paesaggio, delle case e dei contadini nei terreni […] e non si è nemmeno consci della meditazione in atto…” Amir approfondisce l’opera di Krishnamurti. Vive le pratiche del sufismo. La Bibbia e il Corano per lui sono libri mondani, di compagnia.

Dal 1994 non ha più la tv. non segue più il cinema. Il terreno nell’ararsi confligge il carnivoro con il vegano, che è sempre lui. E i colori delle sue tele strillano come strilla il dissenso fra l’abitudine e la consapevolezza che la espelle. Sulla tela registra, medita e dialoga con le contraddizioni del suo essere, dell’essere.

Nella memoria convivono passato e futuro, spazi indipendenti ma interdipendenti lontani nel tempo. Si incrociano, intessano una trama che nega ogni linearità del modello causa-effetto. La figura tracciata si trova a confinarsi col corpo di un’altra, il corpo di un ricordo, e così uno spazio sovrappone l’altro, uno perfeziona l’altro…  linee sintetiche tracciano soglie di sincrone coesistenze.

scelta sbagliata (autoritratto)/wrong decision (self-portrait), oil on canvas, 114 x 95, 2012
scelta sbagliata (autoritratto)/wrong decision (self-portrait), oil on canvas, 114 x 95, 2012

L’opera di Amir provoca quesiti, mette in atto ostinati tentativi di riconoscere forme e di comporre l’informe. Desta sfide per afferrare simboli e recuperare sensi.
Dentro di essa ci si trova intrappolati, ad assistere a un monologo tra i limiti del conosciuto e l’infinità dell’ignoto.
Il mio mondo e io diventiamo il soggetto della trama, che pur suggerendo, non incide l’ultima parola. Il compito di coglierla, o forse ignorarla, lo affida a me, spettatore. Testimone della vastità del probabile e dell’improbabile.
L’opera parla di abbondanza, e come se evocasse miti, riti e idoli seppelliti. Ma che resistono. Fermentano nelle fosse tra i frammenti della mia persona, la mia persona confusa che brama una qualche sicurezza. Mentre tempo e distanze si annientano nel cyberspazio che domina la geografia della mia epoca. Epoca d’arte temporanea.

Grandi finestre, una tavola abbastanza pulita per essere una tavolozza, spalle larghe e scarpe da alpinista.
Dicono che i suoni hanno colori. Come potrebbe una melodia così triste avere da veste un verde, verde smeraldo, un giallo ambra, o un rosso corallo? Eppure, malgrado l’ingannevole contrasto, quella musica nello studio e quel colore sulla tela sembrano integri, sono coerenti.
Il contemplarla mi strappa dal milieu e mi ci “reinnesta” colma di echi che riverberano lotte d’identità.
La sua è una lingua che narra per aforismi. È una movenza che non persegue un centro, né si adegua a un margine. La sua è un “arte acustica” piuttosto che visiva.

 

Tamar Hayduke

 

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