“Allo specchio” di Roberto Bua

I segni forti di Amir generano intrecci. Nulla a che vedere con un bosco minaccioso quanto piuttosto segni più fitti o più radi che giocano col fondo bianco, quasi ci fosse dietro una luce che dirada la massa rivelandone la struttura, una sorta di radiografia del paesaggio.

I segni costituiscono fitte boscaglie dalle quali appaiono all’improvviso occhi che osservano: talvolta emerge in modo più evidente una figura, altre volte ci confondono semplicemente non rivelandoci altro che l’intreccio stesso. E quando è presente, questo soggetto, non prevale sui segni, viene piuttosto svelato un rapporto unitario con gli stessi. E’ un soggetto che non è capace fino in fondo di mimetizzarsi col paesaggio; quella luce lo tradisce, ne rivela la presenza. Perché non palesarsi, perché non uscire allo scoperto e mostrarsi a noi? Quando non riusciamo a scorgerlo ci sorge l’interrogativo che sia andato a nascondersi nel fondo, nel folto della boscaglia, favorito dalla sovrapposizione dei segni. O forse che sia uscito allo scoperto, per osservare l’intreccio dal nostro stesso lato.

E se la tela di Amir fosse uno specchio che riflette con un tempo differente quel che passa davanti svelandone una più profonda verità? Quella figura intrappolata nell’intreccio sarei io; con i fatti della vita che danno colore alle giornate e che talvolta le opacizzano o che mi risucchiano nel vortice fino a farmi scomparire in esso. In effetti qualche volta mi perdo nei particolari, l’intreccio mi ferisce, divento una sua vittima. Adesso comprendo perché quelli senza figura mi regalano una tregua: qualcheduno che passava davanti alla tela di Amir, deve aver allungato la mano: in questo istante sono a contemplare l’intreccio da un punto sopraelevato, come una terrazza su un paesaggio.

 

 

Roberto Bua 

 

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