“Sul tappeto di Amir” di Andrea Guastella

Gli spazi indipendenti dal tempo 2, 2010 tecnica mista su carta, cm147x95.6

Alto, corpulento, pochi capelli e barba lunga, età intorno ai quaranta. Il suo nome è Amir, e viene dalla Persia, nella cui lingua Amir significa principe. L’ho conosciuto a Comiso, dove l’artista ha tenuto la sua prima personale. Ma cosa c’entra la Persia con Comiso? Chi ha portato Amir Yeke dall’Oriente alla Sicilia? Il fatto ha, a ben vedere, aspetti singolari, perché il nostro Occidente, così apparentemente aperto e interconnesso, è “protetto” da recinti invalicabili, che non includono al loro interno il paese che, per rispetto a una tradizione millenaria, ho chiamato Persia, ma che nell’attuale geografia politica del mondo è noto come Iran.

Amir non è uno di quegli intellettuali dissidenti che hanno lasciato la patria a causa di un radicalismo areligioso o di una polemica contro le restrizioni imposte dagli ayatollah. È semplicemente un viaggiatore, un uomo consapevole, come il grande poeta persiano Omar Khayyam, che se «la vita è un viaggio, viaggiare è vivere due volte» e che, come il viandante di Machado, ha scelto di avere per strada le sole sue orme e di tracciare il proprio sentiero camminando. Tragitti, percorsi, «scie nel mare» sono del resto i segni che egli appunta veloce sul taccuino dei suoi quadri, simili, in questo, agli schizzi a cui i viaggiatori di un tempo affidavano impressioni dai luoghi visitati. Niente di descrittivo, beninteso.

Per leggere in queste note occorre infatti conoscere, prima dei temi, il linguaggio: un alfabeto astratto tramato da una moltitudine di fili come i tappeti che hanno reso famosa la sua Persia, e che hanno trovato nell’effervescenza cromatica e nella stilizzazione formale una fuga all’aniconismo dell’Islam. Anche nella pittura di Amir ci sono immagini negate: volti, corpi, dettagli realistici che appaiono qua e là. Residui figurali immediatamente risucchiati nel gorgo di linee che egli controlla, spesso usando entrambe le mani, con la freschezza impetuosa di un Picasso intento a disegnare con la luce.

Nell’arte occidentale, il disegno è quasi sempre sinonimo di studio. Per Amir, invece, esso è danza, leggerezza, liberazione dai vincoli del tempo e dello spazio. Come scriveva, ancora una volta, Omar Khayyam, «Sul tappeto della terra vedo dei dormienti. / Sotto la terra vedo dei sepolti. / Per quanto io guardi giù per la distesa del Nulla, /vedo solo il via vai di chi viene e chi va».

Sull’incrocio di questi destini umani, non altrove, si posano lo sguardo e le mani del pittore.

tratto dal libro “Viaggio a Sud Est”

di Andrea Guastella

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