“Le tracce indelebili della coscienza unificata di Amir Yeke” di Giovanna dalla Chiesa

gli Spazi Indipendenti dal Tempo 4, 2010 tecnica mista su tela, cm200x70


Viaggiando con il suo taccuino sotto il braccio, un pò come un transfuga, attraverso i paesi del Medio Oriente e poi dell’Europa, Amir Yeke, già prima di sbarcare in Italia, ha iniziato a trascrivere e a raccontare per immagini – come in un reportage ininterrotto – i volti, le scene, le situazioni che si sono presentati alla sua percezione, di volta in volta. Il disegno è diventato, in questo modo, un suo ideale compagno di viaggio e il mezzo essenziale per stabilire un dialogo incessante con il mondo. Un fatto, oggi, estremamente raro, ben noto, invece, presso gli artisti bohémien degli inizi del secolo scorso – primo fra tutti Modigliani – per cui il mondo esisteva come opportunità viva di scambi e relazioni, di denuncia o di riflessione, in interazione costante con le proprie emozioni.

Amir Yeke conosce, al tempo stesso, la tradizione culturale del suo paese, il misticismo medio-orientale e le leggi della moderna fisica. Per condizione biologica e naturale, non può sottrarsi alle sollecitazioni che gli derivano dal proprio tempo. Le esperienze accumulate, la somma degli istanti vissuti formano, oggi, una coscienza attenta agli eventi del mondo, alla ricerca, però, sempre più determinata, del centro del proprio sentire e di un’ unità tra tutte le proprie percezioni e conoscenze.

Gli “Spazi indipendenti dal tempo” che formano, uno per uno, i momenti essenziali della mostra, sono istanti di chiaroveggenza – spesso tracciati simultaneamente a due mani – in cui la vita è risvegliata alla coscienza. Essi trascrivono i passaggi di questa sua nuova condizione di ricerca, condensandoli in una sommatoria che tende a sopprimere l’unicità dei molteplici istanti, in una dimensione più diffusa che definirei con la parola “vissuto”. Un po’ come se l’autore si ritrovasse al centro di uno spettacolo virtuale di cui, a fasi alterne, è il regista, lo spettatore e il protagonista nella certezza, però, di essere sempre soltanto sé stesso.

Le sgranature di questi momenti, condotti attraverso il filo d’Arianna della scrittura – la grande anima della cultura letteraria persiana – svelano il ritmo, l’andare e il ritornare sui motivi, come sul refrain di una canzone nota, toccando il palpitare di un cosmo in espansione che si dilata e contrae come un diaframma umano, scandendone il respiro e la vita. E la memoria di volti, scene e situazioni penetra in profondità, allora, dopo che le immagini si sono dissolte con la stessa rapidità con cui, un giorno, si inscrissero istantaneamente nella coscienza, in virtù di una cancellazione che ne depone, indelebile, la traccia in un presente equidistante tra passato e futuro, come da ogni sensazione e frattura, nella sospensione di uno spazio immobile, meditativo, sottratto alla corsa del tempo.

E se è pressoché impossibile non riandare ai nomi di un Mark Tobey o di un André Masson, vedendo i suoi lavori, non dimentichiamo che la cultura occidentale a distanza di oltre sessant’anni, solo oggi, si sta, infine, riappropriando globalmente, in maniera diffusa, di questa consapevolezza. Per lui, invece, queste fonti erano all’origine della sua cultura. C’era più che altro il bisogno di ritrovarne il significato, una volta riconosciuto il cammino che anche l’occidente ha dovuto compiere per riunificare ciò che per secoli aveva continuato a separare.

Giovanna Dala Chiesa,

in occasione della personale 2010 “Spazi Indipendenti dal Tempo”

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